Dal Vangelo secondo Matteo  (Mt 28,1-10)

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.

Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

 

Omelia nella Solenne Veglia Pasquale

 

“Voi non abbiate paura!” (l’angelo)

Il sentimento della paura è come un terreno limaccioso, che si è depositato sul fondo del fiume della nostra vita dopo questi anni di pandemia, nei mesi di una guerra tanto vicina da interrogarci sulla forza e la sostenibilità della pace nelle nostre democrazie europee, nell’epoca di cambiamenti climatici che stanno trasformando il modo di vivere e l’atteggiamento di tanti governi nei confronti dell’ambiente e del suo sfruttamento… Paura è incertezza e percezione di minacce incombenti, presentimento di un destino avverso, insicurezza nei confronti di se stessi e del prossimo (avvertito con sempre maggiore difficoltà come amico).

Il messaggero di Dio ci invita a non avere paura. L’esperienza della Pasqua ci esorta ad accogliere in noi, a portare con noi, a diffondere la gioia, a far correre l’annuncio della gioia!

“… con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio”

L’esperienza della Pasqua è il grande dono della fede cristiana, che prima d’essere una pratica religiosa, un insieme di convincimenti, è un incontro. Come papa Francesco ricorda nella sua Evangelii Gaudium citando le parole di Benedetto XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”. (Deus caritas est, 1, EG, 7).

In principio l’incontro: “… si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono.”

Ecco l’incontro, che è prossimità, attaccamento, riconoscimento. Fermiamoci su questi tre momenti dell’esperienza spirituale, della fede viva: prossimità, attaccamento, riconoscimento.

  1. Avvicinandosi a Gesù risorto le donne si fanno prossime a Gesù come lui si è fatto loro prossimo. La prossimità è indispensabile. Come dicono anche le parole di una recente canzone sanremese: “Camminerò a un passo da te … Se avrai paura allora stringimi le mani, siamo invincibili vicini…” (Mr Rain). Non basta vedere su di uno schermo, non basta leggere su di un libro, non basta pensare in astratto… è necessario farsi prossimo. È ciò che ci rende umani veramente. Quante cose rischiamo di non comprendere, di non conoscere, di non amare, senza prima aver rischiato di avvicinarci ad esse: povertà, fragilità, differenza, malattia, morte… L’umano ha bisogno di avvicinarsi, di essere prossimo. Come insegna la grande parabola della prossimità raccontata nel Vangelo di Luca (il buon Samaritano): “passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino…” (Lc10,33-34).
  2. Abbracciando i piedi di Gesù le donne decidono di attaccarsi a lui, di inoltrarsi nell’incontro, fisicamente essere con lui. L’amore ha bisogno della fisicità, del contatto, della cura pratica per l’altro… Qui però c’è di più perché le donne abbracciano i piedi del Signore. Cioè si immergono nel suo cammino. Quei piedi hanno percorso la passione, la via della croce, la via del dono di sé fino alla fine. Ecco, queste donne ci insegnano ad amare concretamente non solo la Presenza di Gesù, ma il suo Vangelo. È necessario attaccarci al Vangelo di Gesù. Percorrere la sua strada. Solo così siamo veramente cristiani. Ricordiamo il dialogo di Gesù con i suoi discepoli lungo la strada verso Gerusalemme (chi è più grande?), e poi attorno alla mensa dell’Ultima Cena (il maestro lava i piedi ai discepoli) ed ancora verso Emmaus (non avete capito le scritture)… Sempre Gesù unisce la fede in lui all’attaccamento alla sua Parola e ai suoi Gesti di servizio
  3. Adorando Gesù le donne lo riconoscono Signore, vivo e vero. L’adorazione non è una preghiera complicata, non è riempire il silenzio con un profluvio di parole… (è una pratica non molto buona quella di moltiplicare preghiere o ripetere rosari nell’adorazione della Santa Eucaristia ad esempio… ). Adorare viene dal latino ad (verso) e ore (bocca) e si riferisce al gesto di mettere la mano alla bocca come segno di annullamento della propria parola e della propria manifestazione, a vantaggio del rivelarsi e comunicarsi di Dio. Non ci sono più parole, solo la Presenza viva e vera di Gesù. Il Crocefisso è risorto! Le donne del Vangelo ora sanno, ora questo avvenimento le riempie di gioia. Questa novità cambierà per sempre la loro esistenza e quella di tanti altri in tutto il mondo attraverso i secoli. Basta parole, ora c’è solo l’accoglienza dell’altro, totale e reale, piena d’affetto e di verità. Divenuti prossimi del Signore, attaccati al suo Vangelo, riconoscendo Gesù come il Crocifisso Risorto, non ci resta che andare.

Basta parole vuote, nate dalla paura, dal peccato! Ora è tempo di parole nuove…

“Non temete; andate ad annunciare…” (Gesù)

La gioia dell’incontro non può rimanere proprietà privata, deve essere messa in circolo, condivisa, deve farsi comunità dell’incontro, comunità della gioia. L’augurio che ci facciamo oggi nel Giorno di Pasqua è una preghiera che rivolgiamo a Lui, vivo e risorto in mezzo a noi:

Signore Gesù, nostro prossimo, amore nostro,

veramente crocifisso, morto e risorto per noi,

donaci di accogliere la gioia che viene da te

e di nutrire di questa gioia la nostra vita

e quella delle nostre comunità,

perché coloro che si sono allontanati

e coloro che rimangono nell’apatia

e sono prigionieri della paura,

abbiano a riscoprire la vera gioia e la vita piena

che nascono dall’incontro con te.  Amen.

(Il Parroco don Mario)

Comunità dell’incontro, comunità della gioia